sconfessione

vincenzo montisano


Leo Ferré

La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi, la chiameremo felicità.

I

Il bianco degli occhi si è illividito
verso il tracollo della notte.

Fissando l’insegna di una società
assicurativa un si bemolle lunare
ha tradotto le nuvole spumose
in stormi esagitati di seni.

Smaltisco intere città in riarmo,
mangiatoie per l’amico rintanatosi
nella cervice di madre in metastasi.

Schermi per apparire suicidati dall’apparenza,
tutta la sofisticazione tecnica
agio degli incapaci
incapaci a sillabare la fine di un’epoca
in chiavi di sassofono opalescenti.

II

Qui odore petrolchimico di stufa elettrica.
Ciascuno calpestato sui pavimenti
della propria coscienza
quotidiana domestica muta
coscienza ritratta connessa all’incoscienza.

Qui urla di appartamenti stranieri
dove non è facile chiedere perdono
per ciò che non si è commesso.

Una corona di chiodi sul pentimento
per averti cercata in mezzo milione di anime
dove era scontato non scorgerti mai.
L’armistizio nei vinti rende il passato al passato,
l’amore ricevuto allo sciacallaggio di cani storpi.

III

Non venirmi in casa come una vacanziera.
L’onda in rivolta della coperta
soqquadrerebbe
la burocrazia dei comodini e
mugghierebbe sui cortei di polvere
una carica d’odio,
controcanto al vetro popolare
fucilato sul fondo del cristallo.

Abitala con l’assenza, se devi.

Sposerò chi inalerà quest’aria pesante
come nel lieve volo della medusa le spire,
negli occhi di Maria la pietà.

Sotto un paralume svigorito e disilluso
apprenderemo la vanità di ogni ideologia
su trascrizioni notturne di anni solari.

Dimoreremo gioiosi tralasciando l’allegria del mobilio.
Vivremo internamente e prima ancora
e oltre, attraverso la vita.
Senza mai più aderirvi.

IV

Nostra signora fiammeggia
inseminata dall’urlo del tempo
nell’arco-volta di un cielo parigino.

Si tuffa a capofitto, la guglia:
un fallico carpiato sulla saliva
dentro la piscinetta battesimale.

Ovaie ramificano nei tabernacoli vuoti
una mammella è spuntata al Verbo.

Il pelo dell’inferno risale sette pollici la volta
mostrando ai voyeur la propria archeologia di zoccoli.

Sormontano la cattedrale due corna
in mano a dio-donna: fila la calza adatta
a un piede equino.

Io so
non c’è conservazione del bene
senza saccheggio.

V

Me lo avete detto tutti che sono speciale.

Dopo l’ultima suzione al capezzolo
dell’innocenza, mi sono stemperato
in un mondo di reggipetti
per serpi senza seno.

I sabati sera a guardare questa
lenta processione di satanici collant
nero petrolio su strade lattee.

Quel po’ di conforto di cui ero capace
se lo sono preso gli incurabili.

A qualunque ora guardi l’orologio,
sono adesso sempre le due del mattino.
Ora di cieli carbonizzati.

Quindi giudicate la mosca sull’orlo
del bicchiere che qualcuno sta per rovesciare.

VI

Non è niente – dicevi
niente, che tutto passa.

Si scrive per ridefinire ciò che è.
E non è niente.

VII

L’ora è scoccata!
La compagnia di un certo tipo di donne
ha dismesso l’ansietà per certi appetiti.
Seccata la sete
svegliato il sonno
ho toccato il mio volto – esatta consistenza
della corruttibilità del tempo, questa preghiera.

I capi di una linea retta hanno accerchiato il futuro.

Paura di non essere è paura di non essere stato abbastanza.
L’alfabeto si è pervertito in un nuovo anagramma della solitudine.
La mia testa si è chinata sul ceppo.
Nessuno ha chiesto se esistesse un testamento.

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