le sedute

vincenzo montisano


Risponderò con esattezza: la signora Vanda Elettra era una donna dallo sguardo di taglio. Sono quasi convinto di non averla mai guardata dritta negli occhi. Nel giro di un’ora fumava un gran numero di sigarette con la mano destra sempre in alto al gomito ripiegato, vicino alla testa. Fumava, senza voracità. A ritmo lento aspirava con un impianto emotivo più simile al diniego. Con il braccio sinistro si cingeva l’addome e il palmo lo usava per sorreggere il peso del destro.
Fu alla sesta seduta soltanto – qui la registrazione del sedici dicembre è fondamentale – che mi raccontò un brano chiave della sua vicenda sul quale i ripari male in arnese che aveva imbastito per preservarsi dal mondo esterno crollarono rovinosamente. «A casa tua, la sera, c’è sempre questa tensione. Glielo ripetevo in continuazione». Così si esprimeva quando veniva a visita nel mio studio, nel tardo pomeriggio di quei martedì invernali. Il tono che sfoderava durante le sedute era di specie sottilmente contraffatta. L’inflessione delle frasi le si scioglieva in bocca coadiuvata dal fumo.
A casa di chi?, le domandai.
Ora smarrita in chissà quale gorgo mentale, ora con gli occhi iscritti all’albo dei più asciutti vuoti umani, la signora Elettra era un’atleta formidabile sia nella disciplina dell’ossessione che in quella della divagazione. Estrapolava dalla coda di un concetto morto in lei un’immagine nuova di pacca. Oppure daccapo tesseva una stessa memoria per due, tre, quattro volte di fila, come se ora e mai prima stesse sviscerando l’argomento. Alla mia domanda infatti nominò di nuovo quella tensione: «Io glielo dicevo. C’è questa tensione nell’aria» e poi si stringeva nel suo dolcevita di lana beige che però non sembrava bastasse a scaldarla.
Sedeva sul divano con le gambe incrociate. Un pantalone nero e delle scarpe basse le lasciavano scoperte le caviglie ossute. «Da te niente, non c’è pace. Cosa ottengo da te? E lui si eclissava. Smetteva di ascoltarmi».
Potrebbe dirmi chi non l’ascoltava?, facevo io.
«Vanni». Ma pronunciò questo nome come obbligata da un moto interno che addirittura le impose di gettare una tenue luce su quella figura maschile, in quella camera da letto che a lei per prima doveva sembrare un covo d’ombre. «Perché Vanni non era come mio marito, quel poveretto io l’ho rivoltato. Ho sempre temuto le forbici, sa? Mi mette a disagio soltanto guardarle. Inerti e pure volitivamente pericolose. Mi fanno bagnare, sessualmente intendo. Ma non è una cosa che mi provoca vergogna. Mio marito è il mio odio più grande, un inetto… m’è tanto caro. Ha chiamato l’ambulanza quella notte, preda dei nervi. Era in pena per me. Sudava come il cotto nel cellophane. Sono tutto per lui. Un preservativo usato. Ma Vanni no, non era così».
Immagino faccia riferimento alla notte in cui tentò il suicidio, le dissi.
«Io non gliel’ho mai raccontato, come lo sa? Gliel’ha forse detto mio marito?».
– Era stata la signora Electra a raccontarle del suicidio?
Certo. Lo stato confusionale in cui versava durante quella particolare seduta le impediva di rammentare che era stato in assoluto il primo episodio che mi riportò non appena varcata la soglia del mio studio. Tuttavia, quando glielo feci notare era già passata oltre e l’argomento non pareva avere per lei più nessun interesse.
– E come proseguì la seduta?
Le domandai dunque di questo Vanni. Distrattamente, in modo da non tradire l’importanza che lui assumeva per me nell’economia del quadro generale.
– Cosa le disse a riguardo?
Vanni era il suo amante fresco. Ammise che, senza dubbio, non era il primo che aveva ma di certo quello che la toccò più profondamente. «Un nome minuscolo, delizioso. Il mio Vanni. Ma non era mio. Io non lo volevo che a intermittenza. Mi usava, in definitiva. E ne godevo. Ero a volte anzi appagata d’essere soltanto il suo buco. Come finalmente felice, sgravata dal dover dimostrare sempre qualcosa a qualcuno. Affetto, rabbia, gelosia… amore. Potevo e lo usavo anch’io. E però certe volte… io parlavo e di punto in bianco mi facevo ai suoi occhi, spesso violenti, come di vetro».
Le chiesi come la facesse sentire questa situazione e lei mi rispose confidandomi un aneddoto su un paio di stivaletti di pelle chiara che voleva regalargli.
«Un giorno era il mio dio e l’altro invece la sua pochezza, il suo essere, mi davano la nausea. Ma non era opera sua. Lui era saldo, fedele a se stesso. Ho comprato delle scarpe per Vanni, una settimana prima di quella notte. Fargli piacere, questo volevo, giuro. Ma allo stesso tempo temevo, ero terrorizzata dalla possibilità che a lui quelle calzature non piacessero, anche se nere, il suo colore preferito. O che addirittura lo reputasse un gesto eccessivo, il mio… ci frequentavamo da poco» e tirò una boccata di fumo più consistente del solito. «Sotto al letto. I mostri da piccola non li ho mai temuti, ma non sopportavo la polvere perché si accumulava in autonomia, e tanta, e non potevo farci molto. Per una settimana intera le ho tenute là sotto».
Suo marito le permetteva di dormire fuori casa?
«Faceva molti turni, in ospedale. Non ne sapeva niente. Di notte. E la notte da Vanni non chiudevo occhio pensando a quelle scarpe inerti a venti centimetri dai nostri corpi. Perché di noi assopiti, di Vanni, di me, non concepivo che corpi. La scatola era rigida e scura. Stava sotto al letto. Noi sopra, lui ignaro, io atterrita. Erano la minaccia più grande alla nostra felicità oppure una potenziale apertura alla felicità? Non mi decidevo. Entrambe le cose, forse».
Infine diede a Vanni quelle scarpe?
«Quel pomeriggio ero a casa di mio marito e passavo l’aspirapolvere in camera da letto. Lui era a lavoro e sarebbe rincasato a breve. Sul comodino c’erano le forbici che avevamo usato la sera prima per confezionare i regali di Natale ai nostri nipoti. I figli di mia sorella sono uno splendore. Sarei stata una buona madre? Mio padre sosteneva di sì, e avrebbe voluto che anch’io gli dessi dei nipoti. Tanto. Ci abbiamo provato. Ma credo… sono sicura che da anni mio marito cova risentimento nei miei confronti. Sono sterile. In fondo lui prima non si dimostrava entusiasta all’idea. Me la vuole solo far pesare. Ha iniziato a volerli solo una volta giunta la sentenza. Succede».
Come si chiama suo marito?
«Luigi. Mi è caro e al contempo lo odio. Mi aveva comprato dei fiori, di ritorno da lavoro. Ma io non ero in casa. Morti. Nel vaso. Li ho trovati morti nel vaso sul tavolo al mio rientro dall’ospedale dopo l’incidente».
E dov’era andata?
«Non so come ma quando ho alzato la coperta per pulire la polvere sotto al letto mi aspettavo di trovarci la scatola con le scarpe di Vanni. Non c’era. Erano a casa di Vanni, quelle. Mi sono sentita orrendamente infelice. Mia sorella aveva voluto un marito, dei figli, una famiglia e aveva lottato per ottenerli. Queste sono cose che si vogliono. Ma per cosa… per gli altri, per i soldi, per l’amore, per la vita in sé… per cosa lottare esattamente? Ho abbandonato l’aspirapolvere accanto al letto. Ho preso il cappotto, ho infilato le forbici nella tasca e sono uscita. Un vecchio mi ha fissata lungo tutto il tragitto sulla sessantadue. E con disumanità, come se sapesse di me, delle forbici che celavo. Con quegli occhi avrebbe potuto addirittura leggere il prurito che mi suscitavano ai polsi. Sono entrata nel piccolo appartamento di Vanni. Lui non c’era. Ho preso la scatola da sotto al letto e ho fatto a pezzi gli stivaletti con le forbici. Le suole le ho lasciate per terra. Il resto l’ho raccolto in un angolo del comodino. Poi ho aperto il suo guardaroba e ho rivoltato tutto sul letto dove la sera prima mi aveva detto che ero la sua puttana e a me era piaciuto. Tanto. Camicie, giacche, pantaloni, t-shirt… a una a una le ho prese e le ho date in pasto alle forbici, ho sfrangiato tutto, senza accorgermi di Vanni, rientrato prima del previsto, forse proprio negli stessi minuti in cui mio marito metteva i fiori per me nel vaso sul tavolo. Senza accorgermi che Vanni mi si era avventato addosso e pestandomi a morte, in faccia, sulle spalle, mi buttava a calci fuori di casa. Prima di chiudere la porta mi ha lanciato le forbici contro la testa».
– Dottor Baldi abbiamo acquisito le registrazioni del sedici dicembre?
– Sì.
– Può confermarmi quanto riferito dal signor Di Giacomo?
– Sì, è tutto corretto. Tranne che per un particolare: gli stivaletti che la signora Elettra aveva acquistato erano neri, stando a quanto dice nelle registrazioni, e non di pelle chiara.
Pardon. Devo essermi confuso.
– Non si preoccupi. Continui, Di Giacomo.
A quel punto chiesi a Elettra perché, fra tanti, proprio Vanni.
«Passavo le estati, a sette, otto anni, a casa di mia nonna. All’epoca separatasi dal primo marito s’era trovata un altro uomo, un italoamericano che non parlava bene nessuna delle sue lingue. La prima volta che accadde, lei era uscita per andare alla spesa o al cinema con le amiche, non saprei. E ricordo distintamente, quando poi accadde, di aver bene infilato le unghie nello stipite della porta di casa. Era di legno dolce. Smettila, gli dicevo. Voglio uscire, gli dicevo. E quando mia nonna rientrava lui si rimetteva sulla poltrona a guardare il futbol. Le volte successive, in camera, stesa sul letto, rilassavo i nervi. Quando scendevo al piano di sotto mia nonna serena tagliava la testa ai tonni con grandi forbici da cucina. Mi chiedeva dov’è il nonno? Non è mio nonno, rispondevo, e poi sai dov’è».
Vanni è quell’uomo?
«Dopo Vanni, dopo che mi ha buttata sul pianerottolo, mi sono incamminata verso casa. Avevo il sopracciglio aperto. Ho camminato, non so per quanto tempo. Toccandomi la guancia gonfia, le dita si sono macchiate di rosso. Mi sono fermata dall’altro lato della strada, di fronte casa, per osservare l’ombra di mio marito agitarsi dietro la finestra chiusa, al primo piano. Telefonava. Mi cercava, era in pena. Il profilo liscio del naso, la fronte alta, il ventre rimpinguato. Esasperato ha messo giù e ha appoggiato la testa al vetro. Mi ha notata. Ci siamo scambiati… ma non l’ho riconosciuto come familiare. Né lui, né la finestra e nemmeno il parcheggio e la strada erano più miei. Ero finita fuori contesto. Con la testa in un vuoto di senso. Dopo, prima, sono stata… sono sempre stata sola. Sempre sola sulla soglia di quel vuoto. Adoravo i libri. E ci deve essere stato un momento, qualche anno fa, in cui ho realizzato che avrei avuto begli attimi con quelli più giovani di me. E li ho avuti. Tanti. Li sceglievo nelle librerie del centro e li portavo da me. Per divorarli nel letto di Luigi. Leggevo tutta l’estate, da bambina, a casa di nonna, e troppo tardi ho realizzato che l’intera farsa umana finisce. Ho coperto tutti i passi che mi separavano dal portone di casa. Infilando macchinalmente la chiave nella serratura, non ho trovato in me valide ragioni per girarla. Per lasciare che tutto continuasse a scorrermi attraverso come il sangue che nei corpi c’è e scorre, ma non lotta. Ho sfilato la chiave dalla toppa e mi sono aperta i polsi con la punta delle forbici pensando che io ero il sangue».
Suo marito è arrivato in tempo per salvarla, la incalzai.
«È l’ultima cosa che ricordo».
– Di Giacomo ci dica perché il suicidio della signora Elettra, avvenuto effettivamente sei mesi dopo la seduta del sedici dicembre, l’ha sconvolta così tanto.
Sconvolto è un termine eccessivo. È vero, la signora Elettra ha avuto un transfer molto forte nei miei riguardi, e magari la cosa può avermi tirato dentro al suo dramma più del dovuto. Ma quando è successo, non ero sconvolto bensì profondamente amareggiato.
– Potrebbe riferire alla commissione cosa stava facendo esattamente la sera di quel sette giugno?
Luigi Elettra mi ha telefonato mentre ero in piedi, lo ricordo chiaramente, davanti al quadro appeso nel mio salotto. Da anni guardo quella composizione astratta prima di cena, con mia moglie che sfaccenda di là per tagliare il pane o versare da bere. Fissavo quella nuance tra il verde e l’arancio in cui l’estesa pennellata nera, stagliata al centro, si risolve. Il telefono squilla e Luigi parla concitatamente, mi informa che Vanda non ce l’ha fatta.
– Di Giacomo, arriverò al punto: vuole parlarci della sua relazione con la signora Elettra?
Era ora. Infinte sessioni a torchiarmi ma è a questo che mirava fin dall’inizio. Mi accusate infine e pubblicamente. Mi fa male anche soltanto pensare che stimati colleghi come voi si siano accodati al chiacchiericcio che dilaga su questa storia.
– Allora qual è, secondo lei, il motivo per cui questa commissione sta valutando la sua radiazione dall’albo?
Che domande… io speravo vi atteneste alle motivazioni formali, e invece! Ebbene il suicidio di una propria paziente è un’immane tragedia, certo, e ha potuto forse anche ingenerare dubbi legittimi sui miei metodi. Ma può capitare a uno psichiatra a fronte di oltre venticinque anni di onorata carriera e vista la particolare complessità del caso in questione. Non credete? Ho fornito a questa commissione i più minuti dettagli per dimostrare buonafede, apertura e disponibilità ai miei colleghi, perché valutino in piena coscienza la mia condotta e senza che venga trascurato il benché minimo particolare sulla vicenda. Ma certe calunnie gratuite, signori!
– Si calmi, Di Giacomo, e cerchiamo insieme di riepilogare. La signora Elettra, preda della deriva isterica di personalità di cui soffriva, tenta il suicidio nei pressi della sua abitazione. Dopodiché entra volontariamente nella sua clinica per ricevere adeguate cure psichiatriche per un arco di tempo di sei mesi circa. La sera del sette giugno si taglia la gola con un coltello da cucina e il cadavere viene rinvenuto dal marito nel bagno del loro appartamento. I suoi sottoposti, alla clinica, affermano che da quel momento in poi lei non si fa vivo, stacca il telefono e sparisce, per ricomparire solo tre settimane dopo con in mano le carte del divorzio da sottoporre a sua moglie. Giurando che il suicidio della Elettra non l’ha sconvolta, insulta la mia intelligenza, non trova?
Mia moglie… lasciamola fuori da questa storia, perché i problemi coniugali restano appannaggio della nostra sfera privata. Non sono certo tenuto a fornirle il resoconto di una separazione. Le basti sapere che i due eventi non sono collegati. Per quanto riguarda la mia fuga, avevo bisogno di riflettere appunto sulle ragioni che poi mi hanno portato a stilare la documentazione per il divorzio.
– Va bene, Di Giacomo. Dottor Baldi ci fa ascoltare come finisce la registrazione del sedici dicembre?
– Mi dia un attimo. Ecco.
«Alla gente normale questo non capita. Perché esistono regole che sottendono timori, morali, paure, vergogne, reticenze sociali. Io ho sempre avuto la sensazione di essere una nube che si espande senza possibilità d’essere arginata. È una inclinazione, e l’inclinazione ha un solo scopo. Come il cancro. Accrescere la propria influenza, smarginare dal controllo. Lei stendeva i panni. In diversi momenti della mia vita mi sono sentita attratta sessualmente da mia madre, quando faceva il bucato. Poi da mio padre, non appena entrava nella stanza. All’epoca non sapevo neanche cosa significasse sentirsi sedotti da qualcuno, ma era proprio così che mi sentivo, tentata dall’odore del suo giornale fresco di stampa che spaginava mostrando questo o quell’articolo alla mamma, che intanto aveva istantaneamente perso ai miei occhi ogni richiamo. È successo con il bidello della mia scuola media, che aveva un incisivo in meno. Con le mie amiche del liceo, dell’università. Con i tomi tutti ritti e asserragliati sugli scaffali delle librerie, e volevo possederli uno a uno. E con Vanni, e tanti ragazzi molto più giovani di lui, con le forbici e gli arnesi da cucina, volevo infilarmeli nella fica, con Luigi e con la donna delle pulizie che aveva assunto. Ora, per esempio, sento che vorrei scoparla, dottor Di Giacomo».
«Signora Elettra, capisco il suo stato emozionale. La seduta è stata particolarmente lunga e faticosa. Ma ora è scaduto il tempo. Dobbiamo aggiornarci».
«Le dico cosa sta per succedere. Spegnerò questa sigaretta e mi alzerò con un gesto secco delle caviglie, mi sfilerò le ballerine e le lascerò vicino alle sue belle scarpe lucide. Poi toccherà ai pantaloni, anche se qui da lei si gela. Il maglione lo terrò indosso fino al momento opportuno, quando cioè lei vorrà accordarmi la cortesia di succhiarmi il capezzolo sinistro».
«La prego, signora. Se non la smette dovrò far intervenire la mia assistente».
«Mi rifiuta?».
«Mi sembra chiaro. Signorina Maria! Maria!».
«Bravò, la chiami pure. Così spiegherà anche a lei perché mi ha seguita ieri sera e cosa ha fatto tutto quel tempo sotto casa mia, come un laido guardone, a spiare la mia finestra… Dottor Di Giacomo, cosa c’è, ha perso la lingua?».
«Lei… sa?».
«Sa da lei cosa ho imparato in questi mesi di sedute? Che a essere ciò che non si è non ci si guadagna niente».
– Può bastare così, Baldi. Di Giacomo, che cos’ha?
Non mi sento molto bene.
– Di Giacomo! Di Giacomo!

– Baldi, Di Giacomo necessita di una nuova terapia.
– Sì, rivivere il trauma non giova.

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