il nido

vincenzo montisano


Come si fa a volere disperatamente qualcosa? Si può essere ottusi fino al punto da perseguire un obiettivo, uno scopo, scegliere un orizzonte tanto ambito quanto arbitrario e attribuirgli tutta la responsabilità, l’intero peso di una vita possibilmente felice? Eppure il desiderio, questa tortora cieca, sceglie per annidarsi lo strato più profondo della volontà di un uomo e continua indefessa, rametto dopo rametto, a muovere i piedi, le mani, il cazzo, la lingua, a edificare, costruire, fabbricare, creare la propria dimora prediligendo senza titubanze una direzione a un’altra, favorendo la realizzazione di un’esistenza a scapito di quella moltitudine proliferante di uomini che si sarebbe potuti essere… in questo caso, devo essermi corrotto: vorrei prima o poi fissare ininterrottamente un albero per almeno dieci anni. Sarei pur convinto a quel punto che per l’albero non c’è nessuna necessità di sradicare le punte terminali del proprio essere e andare da qualche altra parte a fare qualche altra cosa. Non avendo questa certezza non mi rimane da pensare che il desiderio origina dalla necessità, ma la necessità di vivere è assurda. Ho passato il giorno della festa in un panorama di amici fraterni e completi estranei. Il clima di maggio si è dimostrato immotivatamente severo. Le ore sono trascorse lentamente nella desolazione della compagnia senza che avessi pronunciato più di una decina di parole. Ho bevuto in silenzio, cercando di carpire in occhi amici lo stesso lampo di spaesamento. Ma lì il cielo era sereno. Ho fumato marijuana in silenzio, guardando la folla tumultuosa dimenarsi e respirare affannosamente, assorbire l’urto sonoro della techno mentre il sole già basso trafiggeva le foglie dei tigli, le braccia si alzavano ondeggianti, i muscoli dei colli si tendevano ritmicamente come archi, fino allo strappo, i ventri scoperti, le caviglie febbricitanti, i corpi trasparenti e dentro uno spirito pacifico, fiducioso e imperturbabile, come se nemmeno l’ombra di un dubbio potesse minacciare quella chiarezza d’intenti, come se esistesse una cristallina e incontrovertibile motivazione per fare ciò che si stava facendo.

Sulla sera è calato un copricapo di aria fredda e abbiamo camminato molto, confondendoci con l’autunno, ricordando i tempi dell’amore. Abbiamo condiviso le nostre condizioni di incertezza, l’impossibilità di operare una scelta cosciente tra le nostre storie vecchie anni e gli incipit fulminanti che ogni istante squarcia sopra il futuro. Si è fatto tardi. In pochi brevissimi attimi abbiamo sfiorato una comprensione reciproca. Sarà che abbiamo scelto il lato sbagliato della barricata. Sarà che ormai la storia che il fine della ricerca è la ricerca stessa ci ha stancati.

Sono tornato a casa dopo qualche settimana e ho trovato il balconcino pieno zeppo di rami secchi. Una coppia di tortore si era insediata nell’intercapedine tra il muro e il motore di uno dei due condizionatori. Con non poca fatica, ho distrutto il loro nido grazie a un manico di scopa.

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