le cose che vanno

vincenzo montisano


Un’altra stanza d’albergo. Le polaroid sparpagliate tra i pacchetti di Marlboro vuoti e i ritagli di giornale macchiati di vodka. Incenerisco piccoli pezzi di carta con l’accendino.
Bussano alla porta. – Servizio in camera.
– Lascia lì e vattene! – dico.
La poca luce sfuma i contorni dell’arredamento. Il tavolo ricorda gli angoli delle stazioni ferroviarie quando arrivi, parcheggi il treno, scendi… e il silenzio che c’è fa a pugni con il fracasso rimasto negli androni dal giorno prima. Fuori dalla stazione… l’acqua nelle fontane, le sigarette dei barboni sottocoperta… la notte scintilla tutta. Batti i denti. Individui un posto che costi poco per dormire, ma abbia il frigo bar – provarci, almeno, a mantenere certi standard. I tuoi passi ti seguono controvoglia, mentre la città sconosciuta dorme, dimentica.

Chissà cosa dirà il vecchio quando domani piomberai da loro con la valigia e l’impermeabile al braccio. Sentenzierà dalla veranda: – Sei il solito! Neanche lei, c’è riuscita a metterti a posto –. Il silenzio di tua madre, probabilmente, sarà l’unica cosa sensata.
Recuperi la cena da fuori la porta. La riponi sul tavolo. Una polaroid, quella con la coperta blu e rossa, e Anna là dentro aggrovigliata nuda, cade sulla moquette.
La stanza è uno schifo vero. La vodka sa di rotaie. In più, è quasi finita. Scolo il bicchiere e mangio. Della salsa yogurt cola sopra un articolo che non ho ancora finito di leggere: un omicidio nella stazione da cui sono partito la notte scorsa. La vittima, senza documenti, è stata ritrovata col volto “liquefatto da ustioni”, c’è scritto così. Ipotesi di delitto passionale. La morte è sempre quella, in ogni caso. L’assassino è ancora a piede libero. Nell’articolo se ne parla come di una bestia scappata dallo zoo. C’è pure una foto all’arrivo dei soccorsi: quando una donna muore sotto un cartellone pubblicitario sette per otto, i fatti hanno un nonsoché di sensazionalistico.

Raccolgo la polaroid dalla moquette. Recupero dal disastro le altre e ne faccio un mazzetto. E ora che le guardo, mi accorgo di aver scelto quasi tutti gli scatti della fuga in quello chalet vista lago: era il 2 novembre, data in cui ci siamo conosciuti, molti anni fa. Non me n’ero reso conto prima – e non può essere solo perché in quelle le si vede il reggiseno…
Da sopra una poltroncina logora, coi gomiti puntati sulle ginocchia, inizio a gettare le diapositive per terra, una dopo l’altra, fino a comporre un quadrato quattro per quattro, per un totale di sedici scatti, tanto vicini eppure separati nettamente da una striscia di moquette grigia. Anna non era una cattiva persona. Quanto alla sua tenerezza, a letto e fuori, non saprei descriverla. Mi dava del cane perché grattavo alla porta del bagno mentre si truccava, di tanto in tanto; la faceva ridere. Infastidirla, mi è sempre piaciuto. Non credo di essere stato un cattivo compagno. Solo che quando le cose smettono di girare, di ragioni non ce n’è. Né in cucina. Né tra le lenzuola. Non c’entra che ci siamo traditi. Semmai questo è un effetto. Il giocattolo si è rotto e punto.
– Perché tanti vestiti?! Stai via due giorni.
Alzo gli occhi dalla valigia e lei è lì: il viso impresso sulla parete che ha ritinteggiato lei stessa. La sagoma minuta accanto alla finestra scura. Sa tutto.
– Meglio essere previdenti – balbetto, – no?

Quando squilla il cellulare, mi chiedo se non sia lei. Le ho scritto una lettera.
– Anna come sta? – è Giulia, mia cognata.
– Bene, credo.
– Ho letto della donna uccisa e mi sono preoccupata.
– L’hai chiamata?
– Non risponde. Ma non sei tu che dovresti…
– Sono fuori città. Non è un buon momento…
– Cristo santo – Giulia ha sempre tifato per me, a differenza di Carlo, suo marito, col quale ci siamo odiati cordialmente. Di me detestava che ne sapessi più di quanto i suoi studi in ambito letterario gli avevano mai permesso di apprendere. Non se ne capacitava che fossi un autodidatta – l’errore era porre la questione su un piano quantitativo.
– Vedi che chiama quando rientra per cena – le dico.
Giulia prova a fumare ma l’accendino è scarico.
– Sei andato via un’altra volta.
Lascio il telefono sui ritagli di giornale e torno alle polaroid. La voce di Giulia si allontana fino a che non riattacca. Lo schermo del cellulare si spegne. Mi sento colpevole.

Tuttavia non riesco a comprenderlo questo malessere. Dovrei affliggermi perché i sentimenti sono tanto volubili?
Il cellulare squilla di nuovo: NUMERO SCONOSCIUTO. Non rispondo. Vado invece a stendermi per terra, con la testa sulle polaroid. La macchia d’umidità sul soffitto gira.
Anna ha sempre preparato un’ottima colazione, prima di andare a lavoro. Quanto siamo disposti ad accettare la contraddittorietà della natura umana? La pioggia che batte sui vetri. La luce, poca e incerta, che scivola sulla penisola di gres. L’odore del tostapane caldo.
– Dormito bene, amore? – dice stropicciandosi gli occhi. Posa due tazze sulle tovagliette e le riempie. Lascia cadere il pentolino nel lavabo. Spalma la marmellata di fichi sul pancarrè, due, tre, quattro fette finiscono su un piatto di ceramica bianca. E quando mi si siede davanti, dietro la tazza di latte fumante… tutto era concentrato là, nel tinnire dei cucchiai contro le tazze, nel gesto solenne di raccogliere le briciole di pane dalle tovagliette.
Ora, tace.
– Oggi mi tocca la litoranea – mi lamento, – non voglio nemmeno pensarci –. E lei di spalle, con le mani sprofondate nel sapone dei piatti. Passa sotto l’acqua corrente le pentole incrostate di sugo della sera prima. I bicchieri macchiati di vino. Poi le tazze di quest’ennesima colazione. Una relazione è un fatto di volontà più che di sentimenti. Mi viene voglia di abbracciarla fino a spremerle dal torace quanto abbiamo disimparato a fare l’uno per l’altra.

Squilla: NUMERO SCONOSCIUTO. Lascio che riattacchino. Non sto bene.
Dieci minuti e chiamano ancora. – Anna non si fa viva da giorni ormai. Potresti per favore provare a rintracciarla tu?
La luce del mattino penetra con violenza attraverso la finestra aperta. Fa male agli occhi.
Mi alzo dal letto e inizio a rifare le valigie. – Che ti devo dire, Giulia, non avrà voglia di parlare.
– Sei ancora sbronzo dall’ultima volta che ci siamo sentiti? È il caso che mandi Carlo a controllare a casa vostra. Non sto tranquilla.
Scopro di aver finito le sigarette. Dopo che Giulia ha riattaccato, sono andato in bagno per sciacquarmi la faccia. Anche lo specchio aveva qualcosa da rimproverarmi. Ho bevuto dell’acqua e appuntato lo stomaco con un pacco di cracker salati.

Esco e pago le sei notti che ho passato rinchiuso là dentro. Alla reception c’è una ragazza coi capelli arancioni e un numero imprecisato di piercing. Ha un sorriso ampio. Potrebbe essere mia figlia; mi sento fortunato che non sia così.
Arrivo in stazione poco prima dell’ora di pranzo. È un gorgoglìo di valige e gambe e cappotti invernali che vanno e vengono. Mani che stropicciano biglietti usati. Una sensazione perenne di distacco.
Compro due pacchi di Marlboro rosse. Ne accendo una nella zona fumatori. Ho portato così tanta gente avanti e indietro per l’Italia… mi chiedo se chi si separa da qualcosa comprenda fino in fondo ciò che si lascia alle spalle.
Annunciano che il mio treno è in partenza, vado verso il binario. Mostro il tesserino al capotreno e salgo. Sistemo il bagaglio sopra di me e mi siedo in uno scompartimento vuoto, lontano dal finestrino. Sale molta gente. Nel corridoio c’è un ragazzo che guarda verso la banchina. Saluta qualcuno. Per quanto remota, la possibilità di non riuscire più a tornare indietro segna lo sguardo di quasi tutti i passeggeri. Quando il treno parte, il ragazzo si asciuga gli occhi e rientra nel suo scompartimento.
Il viaggio verso la mia città natale dura circa due -ore, che trascorro rileggendo qualche brano dal LIBRO DELL’INQUIETUDINE. Affacciato alla finestra, Pessoa è riuscito a cogliere molto più di quanto la maggior parte degli uomini non abbia fatto scendendo in strada.
A destinazione il sole sta tramontando.
– Carlo non ha trovato nessuno all’appartamento. Ha chiesto al portiere. Non vede Anna da una settimana.
– Dammi tregua, Giulia.
– Non è da lei sparire così.
– Taxi…? – passo la valigia all’autista che la chiu-de nel portabagagli. Mi accomodo dietro mentre Giulia continua a ronzarmi nell’orecchio. – Fino a stasera. Poi chiamo la polizia. Sei stato avvisato.
Il tragitto in taxi mi permette di constatare che il profilo del territorio non è cambiato molto – eccezione fatta per le decine di pale eoliche accumulate sull’orizzonte negli ultimi tempi. Per il resto, ritornare significa rivivere.
Mio padre è contento di vedermi. Mia madre un po’ meno, perché ha più intuito di lui, per certe cose. Mette su il caffè che io ancora sto lasciando l’impermeabile all’ingresso. Subito dopo scongela il petto di pollo da cucinare a sera. Poi sistema la valigia in camera mia e rifà il letto.
Riesco a evitare le domande fino alla fine della cena, quando mi stendo sul divano e accendo la Tv. Sul quarto canale si parla della donna uccisa alla stazione. Mio padre si alza per andare in bagno dicendo: – Non la smetteranno mai di ammazzarle, se non vedono di andare in giro vestite come Cristo comanda…
Ho smesso di ribattere con lui.
Mia madre, non appena resto solo, si siede vicino al divano e dice: – Anna… ?
Inutile fingere con lei. Annuisco.
– Stavolta è definitiva? –. Guardo verso la parete attrezzata. Evito i particolari: non mi ha seguito fino alla stazione, non mi ha strattonato con violenza, non mi ha insultato, il treno non è partito in ritardo per colpa mia.
– Ci vuole spirito di sacrificio, figlio mio –. Non mi ha sputato in faccia.
Mio padre torna dal bagno. Va in cucina a bere un bicchiere d’acqua. – Ti stanno chiamando – mi dice.
– Me lo porti per piacere?
– È Giulia – e si lascia cadere sulla poltrona.
– La polizia vuole parlare con te. Quando rientri? – mi dice.
– Stai facendo un casino inutile.
– Una settimana… e non dovrei preoccuparmi. Ho lasciato il tuo numero sulla denuncia. Tieni il cellulare a portata di mano.
Continuiamo a guardare la TV fino a quando loro due non si addormentano sulle rispettive poltrone, profonde come tombe, come fanno da trentanni a questa parte. Prendo i plaid e li copro. Mi padre si sveglia un attimo e mi chiede: – Dove vai?
– Esco a comprare le sigarette.

Mi sono messo a seguire la linea ferrata a piedi. Sono andato avanti per qualche kilometro. Mi sono lasciato alle spalle la casa dei miei. A ogni angolo di strada c’erano ricordi di una vita inaccessibile che ho carbonizzato all’istante, fumando una sigaretta dopo l’altra, diretto verso una destinazione ignota.
Al primo scambio ferroviario viro a destra. Il terreno si fa ripido. Dopo poche centinaia di metri sbuco su un lungo ponte di ferro. Cammino al centro di binari che s’incontrano soltanto per un vizio dell’ottica. Mi sento protetto. I segnalatori rossi. I cavi dell’alta tensione sulla testa. Le chiavarde che fissano le rotaie alle traversine. Mi sporgo appena dalla balaustra arrugginita del ponte e l’illuminazione urbana tremola, si stende laggiù fino alla zona marina. La notte pesa.
Un’altra sigaretta sta finendo. Squilla: NUMERO SCONOSCIUTO. Fisso lo schermo per qualche istante. La ghiaia tra le rotaie mi preme sotto la pianta dei piedi. Getto via il mozzicone: – Perché… – la sua voce isterica, spezzata da singhiozzi di astio. – Perché l’hai fatto… ? Torna da me…
– Chiama Giulia –.

Riattacco.

Tiro fuori dalla giacca la lettera che ho scritto per Anna un anno fa. Alla luce dondolante dell’accendino le frasi sono illeggibili. Da qualche parte ci deve essere scritto che ciò che va non può tornare. Incendio il foglio. Una fiamma lineare lo incenerisce dal basso. Penso al volto ustionato della donna uccisa. Lo lascio cadere sulle traversine e mi rimetto in movimento.

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